Descrizione
Il gelso (Morus alba L. e Morus nigra L.), appartenente alla famiglia delle Moraceae, è stato per secoli parte integrante del paesaggio pugliese. Introdotto in Europa insieme al baco da seta, ha sostenuto a lungo l’economia rurale: tra Ottocento e primi del Novecento, soprattutto nel Salento, le sue foglie alimentavano la bachicoltura, offrendo lavoro e sostentamento a molte famiglie. Con l’arrivo delle fibre sintetiche, questa attività scomparve quasi del tutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, ma il gelso non ha mai lasciato la terra che lo ha accolto. Oggi questa pianta è riconosciuta come Prodotto Agroalimentare Tradizionale (PAT) ed è inserita nell’elenco nazionale del Ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste nel 2025, a testimonianza del suo valore storico, culturale, ambientale e agricolo per il territorio pugliese.
Nella zona di Canosa di Puglia, il gelso assume un significato ancora più profondo. Gli esemplari coltivati nei parchi archeologici del Battistero di San Giovanni (V-VI sec. d.C.) e del Mausoleo Bagnoli (III sec. d.C.), nei pressi del fiume Ofanto, testimoniano una presenza antica e continua nel tempo. Già documentati in rilievi di fotogrammetria aerea del 1953, questi alberi hanno attraversato generazioni, radicandosi non solo nell’agro di Canosa di Puglia ma anche nella memoria collettiva. Nell’area del Battistero di San Giovanni, un tempo, era presente un impianto oleario: sotto queste chiome si lavoravano le olive e si respirava l’odore dell’olio fresco, in un paesaggio rurale fatto di fatica e silenziosa operosità.
La loro presenza lungo vie di passaggio non è casuale. Canosa è crocevia di storia: attraversata dalla Via Francigena e dalla Via Appia, la “Regina Viarum”, inserita nella Lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, è stata per secoli terra di pellegrini, viandanti e pastori della transumanza. I gelsi, con le loro ampie chiome, hanno da sempre donato ombra, ristoro e nutrimento: un vero “albero dei viaggiatori”.
Ma il gelso è anche infanzia e tradizione. I suoi frutti a bacche succose rosse e bianche, maturi tra giugno e luglio, venivano raccolti e mangiati direttamente sotto l’albero: un gesto semplice e spontaneo, che colorava le mani e segnava l’inizio dell’estate. Nelle case si preparavano confetture, gelatine e succhi di gelsi, conservando nei vasetti il sapore della bella stagione. C’è anche un insegnamento molto bello che arriva da questo albero: il gelso mette le foglie un po’ più tardi degli altri alberi, quasi come se aspettasse il momento giusto. Per questo gli anziani dicevano che il gelso è un albero “saggio”, che insegna a non avere fretta. Un invito silenzioso alla pazienza, al rispetto dei tempi della natura e della vita.
Le sue radici profonde e resistenti hanno contribuito nei secoli a proteggere il terreno da frane e smottamenti, mentre il legno veniva utilizzato per piccoli manufatti artigianali. Anche la letteratura ne conserva memoria: Publio Ovidio Nasone racconta nelle Metamorfosi la storia di Piramo e Tisbe, che si incontravano sotto un gelso, mentre Dante Alighieri richiama il gelso nel Purgatorio (Canto XXVII) della Divina Commedia.
Oggi, questo albero continua a vivere tra passato, presente e futuro.
Fermati un momento.
Ascolta il vento tra le foglie.
Il gelso è da sempre un albero dell’ascolto:
sotto la sua chioma ci si incontrava per raccontarsi,
per trovare ristoro, per condividere silenzi e parole. Non è solo un albero:
è memoria, identità, storia.
È un custode paziente di voci e di passi,
che ancora oggi accoglie chi si ferma
e gli dona, in cambio, un frammento d’eternità.
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Ultimo aggiornamento: 29 maggio 2026, 11:18